Il DDL Architettura è ancora protagonista in Parlamento, ma la partita che si gioca in Senato va ben oltre una semplice revisione tecnica. In gioco c’è il modo in cui il Paese immagina le proprie città, il rapporto tra qualità progettuale e politiche pubbliche, e il ruolo che l’architettura potrà avere nei prossimi anni. Un confronto che si annuncia decisivo e che apre interrogativi destinati a pesare sul futuro del territorio.
Nel corso dell’audizione davanti alla settima Commissione del Senato, Michele Talia, presidente dell’Istituto Nazionale di Urbanistica, è intervenuto nell’ambito dell’esame dei disegni di legge 1112 e 1711, dedicati alla disciplina dell’architettura. I due testi, uno di area governativa e uno proveniente dall’opposizione, sono stati definiti complementari e, secondo Talia, dovrebbero convergere in un’unica proposta.
DDL Architettura: l’intervento del presidente dell’INU
Nel documento depositato agli atti, il presidente dell’INU ha spiegato che “la loro integrazione consentirebbe di tenere insieme visione e operatività, evitando sia un orientamento solo programmatico, sia un approccio quasi esclusivamente tecnico”. Una fusione che, a suo avviso, permetterebbe anche di superare diverse criticità presenti nei singoli provvedimenti.
Tra i punti più delicati, Talia ha richiamato “il carattere problematico di una definizione normativa della qualità, o addirittura della bellezza, dell’architettura”, sottolineando come sarebbe preferibile che la legge si limitasse a fissare “obiettivi, criteri e condizioni procedurali”, lasciando alla progettazione e alle valutazioni tecniche il compito di tradurli in soluzioni concrete. Da qui l’esigenza di circoscrivere con maggiore chiarezza il perimetro dell’intervento legislativo.
Un’altra criticità riguarda lo spazio ridotto dedicato nei ddl ai temi della rigenerazione urbana, delle periferie, del patrimonio edilizio esistente e delle opere pubbliche. Secondo Talia, “il contributo dell’Architettura non si misura solamente in relazione all’impatto esercitato sul singolo manufatto”, ma nella capacità di incidere sull’intero contesto urbano e paesaggistico. Per questo, una legge orientata alla qualità dovrebbe dialogare in modo più esplicito con le politiche di rigenerazione e con la programmazione degli investimenti pubblici. Sul fronte della formazione, ha inoltre evidenziato la necessità di “un coinvolgimento più strutturato delle Università e dei soggetti della formazione”.
Nel suo intervento, il presidente dell’INU ha poi invitato alla cautela rispetto all’uso estensivo dei concorsi di progettazione. “È certamente uno strumento importante, ma non è neutro, né automatico”, ha ricordato, evidenziando che richiede competenze, risorse, tempi adeguati e una solida capacità gestionale da parte delle amministrazioni. Una criticità che si intreccia con l’introduzione di nuove figure professionali previste dai ddl, il cui rischio è di apparire superate se non accompagnate da un reale rafforzamento degli enti locali.
In conclusione, Talia ha richiamato quello che ha definito “un nodo di carattere sistemico”: l’impossibilità di ragionare seriamente sulla qualità architettonica senza una riforma complessiva del governo del territorio. Continuare a discutere del ruolo dell’architettura senza superare la legge urbanistica del 1942, ha spiegato, significa muoversi in un quadro normativo ormai datato. Da qui l’invito a collegare il dibattito sul DDL Architettura a una revisione organica della disciplina urbanistica, valorizzando anche il contributo già elaborato dall’Istituto Nazionale di Urbanistica.
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