1. Home
  2. Notizie e Mercato
  3. Le zone rosse e la dimensione spaziale della libertà

Le zone rosse e la dimensione spaziale della libertà

Energie rinnovabili di
di Luca Fondacci, Istituto Nazionale di Urbanistica


Quando la notte del 15 gennaio 1968 un sisma di magnitudo 6.1 rase al suolo i centri di Gibellina, Montevago, Partanna, Poggioreale, Salaparuta, Santa Margherita Belice e Santa Ninfa provocando 400 morti, un migliaio di feriti e circa 98 mila senza tetto, la luce dei riflettori evidenziò le peggiori conseguenze di una severa impreparazione tecnica della macchina statale dei soccorsi. E per la prima volta nel dopoguerra il fatto che i disastri naturali possono determinare la disgregazione socio-economica e la totale dissoluzione delle forme primarie dell’esistenza comunitaria.

La rottura delle sedimentazioni degli assetti urbani, così come la forzata astrazione dalle più evidenti permanenze culturali, può durare il tempo della naturale transizione dalla fase di emergenza a quella della ricostruzione. E’ questo il caso del terremoto del Friuli, 6 maggio 1976, che ha provocato 989 morti, circa 70 mila senzatetto e una ricostruzione dettata dalla determinazione di centinaia di Enti locali di ritornare al più presto al come si era e al dove si era. La chiave di volta è stata una pianificazione urbana e territoriale di ampio respiro, sotto la regia delle Amministrazioni comunali colpite che hanno puntato sulla ricostruzione dei centri storici e sulla conservazione degli esercizi e delle funzioni  nei luoghi originari, con il risultato, non secondario, di aver anche ridotto al minimo nuovi consumi di suolo.

Tuttavia la determinazione al ritorno alla normalità delle genti, dei pubblici amministratori e del tessuto economico locale può essere annichilita, in un colpo solo, da reazioni governative intempestive, inefficaci, inadatte o finanche sproporzionate. Il 23 novembre 1980 una interminabile scossa di magnitudo 6,8 della scala Richter, rade al suolo 36 paesi situati al confine tra la Campania e la Basilicata, lasciando sul terreno 2.735 morti, 8.850 feriti, 280 mila sfollati. Un disastro naturale dalle proporzioni inaudite che genererà risposte spropositate in termini di aiuti (66 miliardi di Euro al valore 2010) e di comuni ammessi alle prebende (da poco più di un centinaio effettivamente bisognosi, ai 687 ammessi a finanziamento). I centri abitati, tutti antichi, ebbero a subire anche l’onta del ritardo dei soccorsi, elemento decisivo per l’immersione comunitaria nell’abisso dell’incertezza permanente. Una pianificazione urbanistica completamente disinteressata al recupero e al rilancio del tessuto sociale identitario, destabilizzò le più elementari forme di aggregazione sociale, di libertà e di indipendenza urbana, attraverso la realizzazione di enormi cattedrali nel deserto prive di qualsiasi funzione collettiva e dignità democratica.

Il primo pensiero degli abitanti dei 53 comuni umbro-marchigiani colpiti dal sisma del 26 settembre 1997 fu unanime e categorico: fare presto e fare bene per poter tornare a vivere esattamente come e dove si era. Il comune di Foligno ebbe 8.000 mila sfollati e il proprio centro storico svuotato, almeno fino a quando ebbe inizio l’operazione fuori dai containers entro il 2000. Non ci sono dubbi su alcuni ritardi della ricostruzione. Ma è altrettanto vero che l’aver puntato tutto sulla capacità gestionale delle Amministrazioni locali, sulla professionalità delle imprese locali e sulla determinazione di tutti i cittadini di ridare immediata vita al proprio centro storico e quindi alla città stessa, ha garantito al territorio folignate la certezza di poter successivamente utilizzare al meglio il volano della ricostruzione e le leve della pianificazione urbana e territoriale. Ciò ha consentito alla città di avviare una fase di sviluppo che ha nel recente piano strategico partecipato e condiviso Foligno città delle opportunità 2008-2015 e nel recentissimo Sustainable energy action plan (Seap), realizzato in adesione al Convenant of Major, i suoi più avanzati strumenti per collegare le proprie strategie di pianificazione territoriale ad azioni di sviluppo sostenibile di lungo termine.

Di fronte alla distruzione di uno dei più importanti centri storici dell’Italia centrale causata dal sisma del 6 aprile 2009 che ha coinvolto 64 comuni abruzzesi, provocato 308 vittime e messo in strada circa 70 mila persone, i governanti centrali hanno affrontato l’emergenza secondo una organizzazione delle funzioni decisionali e operative accentrata, dirigenziale e verticistica. Già a pochi mesi dall’evento, l’INU promuoveva una necessaria riflessione sui temi dell’unitarietà del processo di governo della ricostruzione dell’Aquila. Il Manifesto degli urbanisti per la rifondazione dell’Aquila, rappresenta il suo primo forte richiamo per l’adozione di ragionevoli criteri di coerenza economica, sostenibilità territoriale e condivisione delle strategie di ricostruzione. Di questa instancabile e propositiva opera cercheremo di dar conto nella prossima rubrica. Qui ci limitiamo a ricordare che la visione guida del Manifesto per la ridefinizione dei ruoli della capitale regionale ha il suo cuore pulsante nella ricostruzione della città storica e consolidata, essenza fisica e simbolica di ogni città occidentale e, mi sia permesso di aggiungere, luogo di affrancamento dalla servitù e di ascesa alla libertà.


INU
L'Istituto Nazionale di Urbanistica, fondato nel 1930, promuove gli studi edilizia e urbanistici e diffonde i prencipi della pianificazione


* Questo articolo è tratto da Comunicare Energia, N° 4 Lug-Ago 2011.
 
Comunicare Energia è il magazine multimediale e gratuito dedicato alle Energie da Fonti Rinnovabili e al Risparmio Energetico.

www.comunicareenergia.com