Un passaggio parlamentare che può incidere in modo concreto sul futuro del lavoro tecnico e sulla tutela dei cittadini. La riforma delle professioni torna al centro del dibattito istituzionale e lo fa toccando nodi che vanno ben oltre le regole di accesso agli Albi: competenze, sicurezza, qualità della formazione e dignità economica della prestazione. Temi destinati a pesare sempre di più in un contesto tecnologico in rapida evoluzione.
Nel corso di un’audizione in Commissione Giustizia al Senato, nell’ambito dell’esame del ddl 1663, il presidente del Consiglio Nazionale degli Ingegneri, Angelo Domenico Perrini, ha indicato tre direttrici ritenute decisive per aggiornare l’ordinamento professionale.
Riforma delle professioni: le 3 priorità degli ingegneri
Il primo fronte riguarda l’adeguamento delle riserve di competenza nei settori dell’ingegneria industriale e dell’informazione. Secondo Perrini, l’attuale quadro normativo sconta ancora l’impostazione del Regio Decreto del 1925, pensato per un Paese profondamente diverso dall’attuale e focalizzato quasi esclusivamente sull’ingegneria civile. Ne deriva una sostanziale deregolamentazione in ambiti oggi strategici, dove operano anche soggetti non iscritti all’Albo, senza obblighi deontologici né formativi. Rispondendo a una sollecitazione parlamentare, il presidente del CNI ha evidenziato che “la pubblica incolumità non è minacciata solo dal crollo di un ponte”, ma anche darischi tecnologici e informatici con effetti diretti su salute, sicurezza e infrastrutture critiche, sottolineando la necessità di estendere le riserve di competenza anche ai settori industriale e dell’informazione.
Il secondo punto tocca l’accesso alla professione. La proposta è quella di superare i percorsi tradizionali introducendo lauree abilitanti e un tirocinio pratico-valutativo integrato nel corso di studi, svolto presso strutture qualificate e con un sistema di tutoraggio condiviso tra università e Ordini. In questo contesto, Perrini ha richiamato anche l’esigenza di controlli più stringenti sulla qualità dei corsi, soprattutto per l’offerta degli atenei telematici, prevedendo obblighi di presenza certificata per le attività caratterizzanti.
Infine, il tema dell’equo compenso. Oggi applicato soprattutto nei rapporti con la Pubblica Amministrazione, secondo il CNI dovrebbe trovare una disciplina chiara anche nei rapporti con i committenti privati. La compressione dei compensi, ha osservato Perrini, incide sulla qualità delle prestazioni e sulla sicurezza. Da qui la richiesta di definire parametri aggiornati e una quota incomprimibile del compenso, legata ai costi vivi e agli oneri obbligatori, al di sotto della quale l’accordo dovrebbe essere considerato nullo.
In chiusura, il presidente del CNI ha ricordato il lavoro in corso sulla riforma delle professioni anche all’interno della Rete delle Professioni Tecniche, i cui esiti confluiranno in un documento conclusivo al termine delle audizioni.
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