Dal 2008 al 2015 i voucher venduti hanno sfondato quota 277 milioni 193mila. A questi vanno aggiunti i 25 milioni venduti nel primo trimestre 2016 per un totale astronomico che supera i 302 milioni di assegni. Il compenso medio annuo per il lavoratore (che percepisce 7,50 euro su 10 euro di valore nominale) si aggira sui 500 euro netti come da media ‘trilussiana’. Sono Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna le regioni al top per assegni-lavoro venduti mentre Roma e Torino si piazzano in pole position tra le province più voucherizzate.
È uno studio Uil, illustrato dall’agenzia di stampa Labitalia, a fare il punto su questo strumento varato 13 anni fa ma ora prepotentemente tornato alla ribalta per la mole di assegni utilizzati che originariamente avrebbero dovuto coprire i costi del lavoro accessorio, dalle baby sitter ai giardinieri. Sono proprio la quantità utilizzata, in rapida crescita da un anno all’altro, infatti, e l’ampliamento del campo di applicazione al commercio, al turismo e ai servizi che insieme utilizzano il 43,6% dei voucher venduti ad indicare al sindacato un evidente uso distorto dello strumento nato per combattere il sommerso. Per questo, come spiega il coordinatore dell’indagine, il segretario confederale Guglielmo Loy, intervenire solo sulla tracciabilità come sembra orientato a fare ormai il governo “non basta”.
“Non sarà sufficiente una comunicazione esatta di inizio e fine attività lavorativa, ma diventa necessario rivedere, in senso restrittivo, i settori d’impiego e la tipologia di committente”, prosegue aggiungendo alla lista dei desideri anche l’esigenza di “prevedere un tetto annuo di compenso erogabile indipendentemente dal numero dei prestatori di lavoro”. La 'stravagante' normativa sul lavoro accessorio, infatti, prevede che il lavoratore, indipendentemente dal numero dei committenti per cui lavora, non possa superare un compenso annuale di 7.000 euro ma nessun paletto è previsto, invece, per le aziende, o il singolo datore di lavoro, che - spiega la Uil - “potrebbe così poter disporre di 'tutta' la forza lavoro pagandola con i voucher” e vanificando l’obiettivo antievasione della norma. “Se il 70% dei voucher è utilizzato in settori di produzione ordinari, il rischio è quello di una riduzione di tutele più che di lotta al sommerso: perchè un committente dovrebbe stipulare un contratto a tempo determinato full time con tutti gli oneri e i costi che ciò comporta (13°, 14° mensilità, Tfr, ferie, malattia, maternità, contribuzione, disoccupazione, tasse, etc.), se può chiamare un ‘voucherista’ e pagarlo 7,50 euro l’ora senza costi aggiuntivi?”, si chiede ancora Loy seppur retoricamente.
La controprova d’altra parte per il sindacato sta tutta nei numeri che emergono sovrapponendo l’andamento dei voucher a quello dei contratti a tempo indeterminato in part-time e alle domande di disoccupazione oltre che alle cessazioni di lavoro brevi, massimo 1-3 mesi: “dall’analisi infatti, risalta immediatamente come l’utilizzo dei voucher cresca significativamente nei periodi caratterizzati da stagionalità in particolare nelle realtà territoriali a forte vocazione turistica e, contemporaneamente, vi è il progressivo calo delle domande di disoccupazione”.
“Un ulteriore campo di osservazione è quello del part-time che registra un andamento in linea con quello dei voucher”, si legge ancora nel Rapporto. L’adozione dei voucher dunque, conclude la Uil, ha” favorito una certa emersione dal lavoro nero” ma ha anche sicuramente prodotto “una crescita dei working poor”: nel 2015 se ne contano circa 1,4 milioni. “Un dato che equivale a metà dei disoccupati, ma a volerlo rendere maggiormente significativo, equivale al totale delle donne in cerca di occupazione in Italia, con una crescita del 35,7% rispetto al 2014”, conclude Loy.